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L’INCANTESIMO DELLA MASSIFICAZIONE di Manuela Barbarossa

L’ INCANTESIMO DELLA MASSIFICAZIONE

          di Manuela Barbarossa

 

Capitolo 1Parola d’ordine:  liquidare l’individuo

 Quest’epoca dell’individuo, della soggettività, non ne vuole sapere proprio nulla, ne vorrebbe decretare il declino dileguando sia l’individuo che la soggettività nel nulla del niente della collettività, della comunità, nel numero, nell’anonimato del così fan tutti.

L’individuo rinvia all’unicità dell’essere e ha sempre portato con sé la potenza della singolarità.  Una potenza rivoluzionaria.

La parola chiave infatti è “singolarità” in tutta la sua forza di individuazione del Sé, che si sviluppa a partire dalla coscienza, quale origine dell’individuazione soggettiva che rende l’uomo libero di scegliere, di pensare, di sviluppare la propria capacità critica.

Si parte dalla coscienza, per arrivare a forme inconsce  di disvelamento della realtà, intuitive oltre che riflessive, che sono al di là della coscienza stessa.

Ma per andare altrove, per andare oltre, nell’aldilà dell’aldiquà. Per sviluppare la conoscenza, fonte alla quale la libertà si abbevera, si deve partire  dallo sviluppo del Sè.

Kierkegaard lega indissolubilmente la soggettività alla libertà di scegliere, la quale apre alla possibilità di una esistenza dove puoi decidere tra il bene e il male.  Da che parte stare.

La scelta è una dimensione psichica forte, importante, che si fonda sulla soggettività, sulla dimensione dell’essere.

Da un punto di vista psichico l’individuo rappresenta la distinzione dall’altro, ciò che è in sé.

E questa identità gli consente di essere.

È interessante andare a scoprire che anche in  biologia  il concetto di individuo significa “un singolo ente … distinto da altri della stessa specie, dotato di caratteri …che ne garantiscono l’unicità”.

E in chimica, ancora, gli individui chimici si contrappongono ai miscugli…..unicità contro miscuglio, distinzione.

La lettura simbolica di queste illuminanti definizioni ci conferma quanto l’identità soggettiva, l’individuo, nella sua specificità, sia eterodosso rispetto alla massa, al gruppo, alla comunità…. eterodosso rispetto a tutto ciò che vorrebbe avere un primato sulla soggettività, la quale definisce l’unicità.

L’essenza dell’essere che si può sintetizzare nel Sono Io della singolarità, si contrappone all’anonimato dell’organizzazione di un divenire sociale massificante e impersonale.

Nella società moderna, quella di massa, una volta bandita ogni forma di singolarità dell’essere, l’individuo, per esistere, deve conformarsi a tutti gli altri, deve omologarsi per sentirsi parte di un tutto.

L’omologazione, la perdita di autonomia individuale, del valore della soggettività propria, il crescente conformismo, sono tutti aspetti sollecitati e subdolamente imposti dalla società di massa, aspetti che divengono una sorta di seconda natura.  Altrimenti sei posto ai margini o avversato.

 Capitolo 2 – L’equivoco.

Vi è in questo processo posto in essere dalla società di massa un pericoloso equivoco.

Tutto ciò che è gruppo, categoria, comunità, lo è solo funzionalmente.

La formazione di una comunità, o di un gruppo, è sempre connessa ad aspetti particolari dell’essere, ad alcune precipue sue connotazioni.

I gruppi, la comunità, sono forme di alleanza che sono una risposta funzionale a dei bisogni.

La stessa società è una formazione funzionale alla sopravvivenza.

È un’alleanza tra individui.

Una particolare organizzazione sociale.

Ma la soggettività trascende ogni forma organizzativa.  La produce e la trascende.

Le forme organizzative che l’umanità si è data, sono un derivato e variano, mentre l’essenza del soggetto, la sua dignità e identità, restano.

Per dirla con Hegel: l’individuazione di sé stessi rappresenta il mantenere la propria identità nel divenire.

Il concetto di identità è dunque un concetto fortemente individuale, e come ci insegna S. Freud, l’identità è innnazi tutto un Io corpo, ovvero la nostra corporeità singola e inviolabile.

Una unità tra mente e corpo.

Il rispetto per l’individuo e la sua unicità è infatti un universale che va al di là del particolare.

Va oltre il fatto che tale individuo abbia caratteristiche determinate per colore della pelle o per credo religioso, o per età. O altro.

Che sia rappresentante di una precisa etnia.

O di un gruppo specifico.

Qualsiasi determinazione dell’essere non può offuscare o limitare l’unicità e la dignità dell’individuo. Di ciscun individuo. Non può negare la sua totalità, la sua soggettività dotata di forme sensibili ed emotive che gli appartengono.

Qualsiasi forma di organizzazione umana deve dunque presupporre sempre il mantenimento della soggettività , del singolo, della sua determinazione e   della singolarità dell’essere.

Ma la soggettività, se espropriata a favore di qualcosa di altro da sè che si impone, da qualcosa che si sostituisce ad essa, come è avvenuto con la società di massa, si aliena e il soggetto perde la propria identità.

Perde sé stesso.

Se il valore dell’individuo si depaupera a favore di altro da sè, ad esempio a favore di un collettivo/massa   indistinto, al soggetto così depauperato della propria identità soggettiva, non rimane che il ruolo di satellite di un pianeta: la società di massa.

Questo cambiamento di prospettiva, sia personale che sociale, sovverte tutti i principi dell’essere e dell’unicità dell’essere e innesta un processo di spersonalizzazione a favore della società/comunità sociale che si impone, con un coup de teatre, essa stessa come soggetto al posto dell’individuo, ne prende il posto e detta nuovi principi e nuove regole, che vanificano il primato dell’ individuo e i valori che lo sostengono.

L’individuo è così ridotto al ruolo di predicato di un nuovo soggetto: la società di massa, la comunità sociale.

Capitolo 3 – Risposte a domande mai poste

La domanda se l’uomo sia un animale sociale è una domanda ideologica, fuorviante. Poco interessante.

Spesso le questioni nascono da quesiti che sono mal posti e che indirizzano il pensiero là dove lo si vuole far andare.

Nella società di massa, quella che oggi viviamo, la società vince sull’individuo che viene ridotto a predicato, a derivato, a satellite.

E per sostenere questa débâcle della soggettività, è necessario un fine lavoro di cesello psichico.

La società di massa, per imporsi e mantenere il suo primato sull’individuo, per sostituirsi ad esso, utilizza un esprit de finesse: fornisce risposte a domande mai poste.

Le risposte inducono la domanda che viene sollecitata dalle risposte che sono a loro volta già pronte per l’uso.

Ma la domanda quando è suggerita e indotta, non autenticamente e veramente formulata, non serve a nulla poiché non nasce dal pensiero e dall’interrogazione del soggetto, non rappresenta il desiderio di sapere. La libertà del volere. Non diventa ricerca che poi è il vero valore della domanda. Ricerca.

La domanda indotta dalla risposta pronta che la precede, è solo un derivato funzionale alla risposta confezionata.  La società di massa, essendosi imposta  come soggetto, esige solo predicati, derivati , e  fonda  il suo esistere sull’assunto che l’uomo è un animale sociale.

Ecco la risposta ad una domanda mai fatta.

Ma è poi così rilevante e … rivelante sapere se l’uomo sia o non sia un animale sociale?

Non esiste una ontologia della natura sociale dell’uomo, un istinto primario che spinge alla comunità che non sia quello di sopravvivenza, che rappresenta un impulso all’autoconservazione.

Ma questo impulso non ci indica che l’uomo sia un animale sociale, ovvero dedito al collettivismo …per natura.

Ma solo che tende a collettivizzarsi per vivere. Ed è qui la furbizia della ragione.

Se l’individuo costruisce una “società”, lo fa per necessità, per una forma di alleanza funzionale e dunque la società, in qualità di prodotto dell’essere, è secondaria rispetto all’essere stesso, alla soggettività, all’individuazione e deve porsi al suo servizio.

La noiosa e annosa definizione dell’uomo  animale sociale non è per nulla interessante o  utile a   legittimare la priorità del collettivo.

Ha senso affermare tale assunto  solo ed esclusivamente se si vuole dare  al collettivo, alla comunità, alla società,  un fondamento “naturalistico” “metafisico”, ontologico,  tale da giustificare il cambio di prospettiva.

Dare  al collettivismo una validazione “originaria”.   In questa ottica  è  la società, la collettività , la comunità il vero soggetto  del discorso, e l’individuo è secondario, funzionale alla società. Un suo predicato.

Un fondamento pseudo  “naturalistico” quello dell’uomo animale sociale, ideologico,  che  vorrebbe legittimare la società di massa, la comunità, la dittatura dell’ Altro, ad assumere un valore di posizione che non ha.

La questione vera e sostanziale, che al contrario mantiene la primarità del soggetto, dell’individuo, della sua identità e unicità, è un’altra: quella della relazione.

La relazione intesa come rapporto individuato e significante con ciò che è fuori di sè. Con l’alterità.

È esperienza universale che la vita mette gli esseri in relazione. Ad altri esseri, alla natura, all’universo.  La relazione apre   all’altro . Apre allo spirito.

La relazione è il vero fondamento dell’essere, in quanto nella relazione il soggetto trova se stesso, lo spazio per esser ciò che è e lascia all’altro lo stesso spazio di esistenza.

La relazione è la struttura dialettica attraveso la quale l’identità di ciascuno resta tutelata nel rispetto dell’autenticità dell’essere e dell’altro.

La relazione è il luogo che “lega” il soggetto all’altro da sé, senza dover abdicare alla propria singolarità. E’  aperta alla dimensione della scelta. E dunque della libertà.

Ma abbiamo oramai compreso  che la  società, nell’epoca moderna, non è più solo una forma di organizzazione collettiva che ha come fine l’autoconservazione e  lo sviluppo e il rispetto della singolarità, la tutela dell’individuo.

La società di massa, la comunità sociale, si è è autoproclamata lei stessa il soggetto del discorso, lei stessa è divenuta un corpo identitario che prende il sopravvento sul singolo.

Da qui la necessità di liquidare l’individuo e prenderne il posto. Assoggettarlo a sè. E cambiare la prospettiva.

Come in quei films, inquietanti, che vedono i Robot, costruiti per aiutare l’uomo per consentirgli una migliore qualità di vita, prendere il sopravvento, ucciderlo o schiavizzarlo e divenire loro i veri “soggetti” del mondo.

La società moderna che avrebbe dovuto essere una forma di organizzazione finalizzata a tutelare l’individuo si è ribellata a questo ruolo di “servizio” e ha voluto divenire lei stessa “individuo”, il soggetto del discorso.

Capitolo 4 – La società di massa.

Idealizzare, deificare la società, farla diventare il vero “soggetto” moderno che deve sostituirsi all’individuo, necessita di alcuni passaggi.

Prima di tutto una società di massa, in quanto tale, deve liquidare la soggettività, l’unicità dell’essere.  Proporsi lei come soggetto al suo posto.

Deve poi attuare una trasformazione sia psicologica che antropologica, una inversione dei valori e dei perimetri che fondano la soggettività.

Al suo posto deve instaurare una sorta di “opens space dell’anima”.

E credo che questa definizione offra  una esatta fotografia dei nostri giorni.

I valori che difendono l’individuo e la sua integrità fisica e psicologica, quell’inviolabile unità di mente e corpo, la sua totalità, la libertà di scelta, l’autodeterminazione, la dignità dell’essere, la privatezza dell’esistere, la singolarità, l’identità corporea propria, devono essere spazzati via.

Si deve necessariamente proporre altri valori, massificanti, antisoggettivi, come il concetto di “partecipazione”, di sacrificio e si deve sviluppare il senso di colpa di non esserti collettivizzato, di non immolarti alla causa collettiva, di non voler dare priorità alla comunità.

Di voler resistere con il tuo insistente e caparbio Sono Io.

Si deve mortificare quell’ingombrante Sono Io – locuzione che promuove l’essere  e la singolarità dell’essere e che indica l’identità e la singolarità.

Bisogna favorire al contrario,  contro il Sono Io , un Ego collettivo, che esalti l‘Io sociale. Un simulacro di Io omologato alla società di massa.

Un gioco di prestidigitazione interessante, quanto patologico, che confonde le menti e mistifica l’esito.

In qusto caso L’Io promosso dalla società di massa resta solo un  pronome grammaticale, che identificato con il noi della società di massa ,  diviene un suo derivato, una appendice.  Si afferma  la  necessità della società di massa, postasi quale unico soggetto del discorso, di  esigere solo predicati.

Quell’Io sono sociale collettivizzato, funzionale alla società di massa, nulla c’entra con l’individuazione e lo sviluppo del Sè.

E neppure con la relazione, quella autentica, che prevede la soggettività, l’individuazione, l’identità propria.

È un Io sociale promosso e sostenuto attraverso una  pervasiva  industria culturale , dalla società di massa. Un Io che afferma che Io ci sono, e che trova la condizione ideale nella massa stessa per esprimersi, per esistere, per provare quel senso di potenza che gli consente  di esserci e dire e fare qualche cosa solo perchè ha il sostegno della  collettività, della massa.

Si sente parte di un tutto.

L’Io sociale promosso dalla società di massa è un Io sono in quanto Io ci sono e sono sostenuto dalla massa, dalla collettività, dalla dittatura della maggioranza.

Dal Noi.

Lontano dalla vera relazione con l’altro, L’Io sociale identificato con la massa, con i valori promossi dalla società di massa, fa proprie le risposte senza mai avere posto le domande.

Segue il branco.

È l’Io sociale massificato, un prodotto, un derivato , è l’omolagazione ….fatta persona.

La società di massa prende il sopravvento, si erge a Dio e crea “l’uomo a sua immagine e somiglianza”: ovvero elimina l’individuo e produce l’Io sociale. Il noi.

L’Io sociale sostiene i valori promossi dalla società di massa, quelli a lei funzionali, come l’abnegazione, come il “tutti insieme appassionatamente”, il concetto di inclusività, antitetico a quello di relazione, concetti vacui, conformati, confezionati, valori che promuovono il nuovo soggetto funzionale: il Noi siamo.

Valori che promuovono la tutela del collettivo, che vanificano l’individuo disgregando la sua libertà di scelta, la sua dignità, il suo corpo del quale entra in possesso sia virtuale che reale.

La promozione di un Io sociale e collettivo, in questa epoca di social (il nome non è casuale!) di “forzate” condivisioni, di collettivizzazione, di relazioni virtuali, di guardonismo sociale, di mimetica, che si sente partecipe di un immaginario noi siamo, induce ad essere “fotocopie” di una identità perduta.

L’Io sono sociale, sostenuto dai mezzi di comunicazione, martellanti, ossessivi, invasivi, diviene simulacro di un Io vanificato e mortificato.

Da qui la spersonalizzazione quale effetto boomerang che si sviluppa nella società di massa che, liquidando l’individuo e la sua singolarità, riportando la società a categorie psicologiche pre-soggettive, arcaiche, determina un aumento delle patologie relazionali e delle patologie connesse alla solitudine, all’isolamento, alla perdita dell’identità dell’essere.

Ed ecco un aumento esponenziale della sindrome denominata Hokikomori tra i giovani, che tendono ad isolarsi, a non relazionarsi, a disconoscere se stessi e il mondo.

Capitolo 5 – L’incantesimo della società di massa

 Nella Seconda guerra mondiale, atroce e terribile, il nazismo, nei campi di concentramento, ha messo dei numeri al posto delle persone, violando l’individuo in tutto ciò che poteva essere violato.

Oltre il limite del dicibile e del pensabile.

Per violare e annullare l’identità soggettiva, ha creato una roboante categoria sociale fasulla, quella di “razza”, funzionale al disegno criminale in atto.

Nel concetto di “razza” ha annullato la singolarità dell’essere vanificandola, capovolgendo gli stessi valori morali ed esistenzaili che sostengono la vita soggettiva.

L’identità dell’essere ciò che siamo.

La propaganda dell’epoca, sostenuta da una schiera di servi e di ideologhi di Stato, si era spinta  addirittura a descrivere impersonali e offensive “tipologie” di  esseri umani, di individui, definendoli attraverso schemi fisici, intellettivi, economici.

La violazione della soggettività, dell’individuo, la sua totalizzante violazione, la cancellazione della singolarità, della dignità soggettiva ha trovato, in una epoca storica dedita alla violenza, nel concetto di razza, il suo apogeo.

Il nazismo ha innanzi tutto dovuto esaltare la massa,  ha dovuto esaltare il Noi, attraverso una campagna denigratoria del singolo,  del soggettivo,  annullandolo  e distruggendolo.

Il singolo va destituito. Non ha rilevanza. È solo un numero.

Deve esistere solo il Noi.

Creata la categoria sociale del Noi, possiamo creare la categoria sociale del loro. Noi e loro.

Due entità impersonali, arcaiche, simbolo di un primitivismo presoggettivo.

Categorie massicce e massificanti, che promuovono una identificazione sociale collettiva.

Nulla di più adeguato a tale scopo che l’utilizzazione del concetto di “razza”, che offre un’opportunità unica: quella di  liquidare l’individuo e sostituirlo con un “collettivo” legittimato da basi genetiche e biologiche. Ontologiche.

La razza! Noi e loro.

E se la società tedesca diviene sotto i colpi del nazismo un enorme e mostruoso Io sono collettivo, trasformatosi inevitabilemente attraverso l’omologazione e l’esaltazione in un accecante Noi siamo …la razza eletta, dall’altra parte, in questo delirio di una società di massa standardizzata, non può non esistere una razza inferiore, che dia valore di verità a quella superiore.

Se non ci fosse il buio, la luce non avrebbe senso.

Nel concetto di “razza”, il collettivismo presoggettivo e antisoggetivo mostra il suo lato primitivo oscuro,  l’apogeo del nulla del niente, il vuoto simulacro del non essere.

La sua orribile e spregevole negligenza di fronte a Dio.

Secondo il pensiero di A. Hitler, consegnato nel libro “la mia battaglia”, il bene comune viene prima del bene privato.

Il collettivo supera il singolo. La società vince sull’individuo.

Le categorie impersonali, le sigle, i numeri, sostituiscono la soggettività, principio di individuazione e di dignità dell’essere.

Viene spazzato via il  Sono Io, che resta l’unica luce nel tunnel gelido della massificazione e dell’ideologia del collettivo /massa, che conduce al vuoto.

Che conduce alla creazione di un esercito di  quegli uomini vuoti che Thomas Stearns Eliot  descrive nella sua poesia “The Hollow Men”.

Là dove viene meno l’individuo, la sua totalità e singolarità, la sua soggettività e dignità a fondamento del tutto, là dove viene bandita la libertà dell’essere, e violato il suo corpo, si apre un baratro.

Se ogni individuo ha valore nella sua singolarità, tutti hanno valore.

Se al contrario la primarietà è data al collettivo, alla comunità, se è l’anonima società di massa ad aver valore, solo coloro che si assoggettano ad essa, che si omologano, che vi si identificano, si salvano. Devi annullarti nel noi.

Solo coloro che sono riconosciuti come “degni” di parteciparvi ,  omologandosi e rinunciando al  Sono Io,  potranno salvarsi.

Un pericolosissimo assunto foriero di ideologia dissennata, violenta e manipolatrice.

In forza del primato della collettività si avvia una suggestione/incantesimo attraverso la propaganda e il condizionamento dello spirito.

L’incantesimo della società di massa che apre all’idea di essere degli eletti, dei privilegiati, di rappresentare   un Noi speciale, risiede nell’illusione di essere parte di un tutto, di una grande famiglia, di una grande collettività, di essere accolti, tutelati, accompagnati nel percorso della vita, alleggerendo le responsabilità dell’essere, la fatica dell’esistenza, della singolarità.

Liberando dalla fatica di pensare, di capire, di essere da solo con te stesso, di relazionarti, di scegliere, la società di massa ti solleva dalla fatica dell’individuazione. Ti indica persino che corpo devi avere . Ti offre un modello identitario al quale aspirare.

È una promessa regressiva di accoglimento, un ritorno ad uno stato infantile, dove qualcuno si occupava di noi, ci diceva cosa fare, cosa non fare, il giusto e l’ingiusto. Ci diceva cosa è bene e cosa è male.

Il Noi, che sostituisce nella società di massa il Sono Io, seduce, ammalia, incanta.

Riconduce ad un rapporto di dipendenza salvifico, ad un infantilismo fuori dal tempo.

Nell’Odissea, Ulisse mostra la potenza dell’incantesimo della regressione, dell’abbandonarsi alla seduzione del nulla del niente, ma resistendo al canto delle Sirene che lo vogliono condurre su una strada senza ritorno, egli rappresenta colui che, non senza fatica, si evolve, si distacca dal primitivo, dalla dipendenza attraverso la ragione e la libertà, individuando la via della fondazione dell’essere.

Capitolo 6 – Il ritorno alla civiltà e alla singolarità dell’essere.

La Costituzione Italiana.

Se riflettiamo su alcuni capisaldi della nostra Costituzione Italiana, comprendiamo come essa sia sorta sulle macerie morali del conflitto lasciatosi alle spalle.

Sulle macerie morali di un collettivismo massificato presoggettivo, preindividuale, che ha riportato drammaticamente la società al primitivismo, ad una condizione esistenziale immaginaria popolata da mostri, demoni e orchi.

Nell’arcaico del non essere, nel quale il nazismo ha fatto piombare il mondo simbolicamente prima della stessa creazione:   in un  buio  privo di vita, in un deserto arido privo di tempo e di spazio.

Dio non è “morto”.

Non si era ancora disvelato, poichè Dio è “l’iniziatore di ogni tempo”. (Sant’Agostino)

E dunque nella nostra Costituzione troviamo principi che identificano l’assoluta necessità di difendere l’individuo e la sua inviolabilità; di riconoscerne la dignità.

I capisaldi della nostra Costituzione Italiana sanciscono con forza e determinazione l’inviolabilità dell’individuo, della sua corporeità, quale principio di identità soggettiva e spirituale. Impossibile affermare il contrario.

Stefano Rodotà nella sua Lectio magistralis ci dice che: “L’essere umano è inviolabile”.  “Tutto comincia nel 1946 con quello che è stato chiamato il Codice di Norimberga, che si apre con queste parole: il consenso volontario del soggetto umano è assolutamente essenziale”. Il concetto di consenso rinvia a quello stato di coscienza che fonda la singolarità dell’essere. Alla libertà di scelta. Ma ancora più importante è ricordare l’ultima parte del secondo comma dell’art. 32 della Costituzione, che tutti si dimenticano di citare. E cioè quello che dice che, anche se opera con legge, il legislatore “non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

La necessità di ribadire questi concetti di dignità dell’essere e della sua inviolabilità soggettiva è purtroppo assolutamente necessaria, poiché l’incantesimo della massificazione e della liquidazione dell’individuo e della sua soggettività, insieme alla sua  libertà di scelta, aleggia nelle menti e fors’anche nei cuori  di chi  ancora , alla fine del secondo conflitto, si identifica  con la massificazione che apre a possibilità di un potere manipolatorio.

La Costituente. . Se andiamo a studiare la Costituente, vediamo che “ Il 28 gennaio 1947 un membro dell’Assemblea di nome Aldo Moro, si presentò in Commissione spiegando che i medici dell’Assemblea gli si erano rivolti chiedendo di introdurre delle limitazioni al potere del legislatore di disporre trattamenti sanitari coattivi.

Dice Aldo Moro,“…Non soltanto ci si riferisce alla legge per determinare che i cittadini non possono essere assoggettati altrimenti a pratiche sanitarie, ma si pone anche un limite al legislatore, impedendo pratiche sanitarie lesive della dignità umana. Si tratta, prevalentemente, del problema della sterilizzazione e di altri problemi accessori”.

Nel 1947 la memoria di certi aberranti fatti era recente.

Si pone il problema della fondamentale libertà individuale che non può non essere garantito dalla Costituzione, quello cioè di affermare che non possono essere imposte obbligatoriamente ai cittadini pratiche sanitarie, se non vi sia una disposizione legislativa, impedendo, per conseguenza, che disposizioni del genere possano essere prese dalle autorità senza l’intervento della legge.

La proposta di Moro venne avversata da diversi costituenti, tra cui Umberto Nobile, primo deputato del Pci subito dopo Togliatti.

Umberto Nobile, del Partito comunista italiano, afferma la necessità e   l’opportunità della sterilizzazione perché “la legge dovrebbe prevenire che siano messi al mondo degli infelici destinati alle malattie ereditarie”.

Dopo ampia ed accesa discussione, in Costituzione si scrisse che il legislatore “non può violare i limiti del rispetto della persona umana”.

Non è una norma generica. È una norma di sbarramento, come precisa bene lo stesso Aldo Moro in Commissione,   per evitare che la legge, per considerazioni di carattere generale e di mala intesa a tutela di interessi collettivi, disponga trattamenti del genere”.

Aldo Moro nel 1947 si riferiva anche  all’irreversibilità degli effetti di determinati trattamenti sanitari che possono essere disposti con legge.

Una persona “si può sbattezzare. Ma ci sono trattamenti sanitari che non sono reversibili. La sterilizzazione è senza dubbio uno di questi trattamenti, ma possiamo aggiungere oggi anche   il vaccino.

I “paletti” che pone il legislatore in questi casi sono due: le risultanze tecniche/scientifiche e la norma di sbarramento voluta da Moro in Costituzione.

La Costituzione sancisce che nessun “sacrificio” che violi la corporeità e la dignità va chiesto all’individuo  a favore della collettività ma all’inverso, dovremmo aggiungere noi, si dovrebbe chiedere alla collettività, intesa come  alleanza  tra individui, il sacrificio per salvare l’identità individuale di ciascuno.

Solo così si può salvaguardare l’universale della soggettività, la libertà e la dignità umana, vanificatesi sotto i colpi della ideologia della società di massa. Del collettivo che si propone come nuovo soggetto identitario.

La condizione che il nuovo soggetto moderno rappresentato dalla società di massa, dalla comunità sociale ti chiede, al contrario, che si rinunci alla singolarità e alla libertà individuale, alla soggettività propria, al corpo proprio,  all’autodeterminazione, alla libertà, e che  l’individuo abdichi dalla propria soggettività e si  consegni alla società di massa, alla comunità sociale attraverso un atto di fede.

Anche la collettività sociale vuole essere adorata.  Come un Dio

Lì, 20 febbraio 2022

 

 

 

 

 

 

Coscienza morale e dominio della natura di Manuela Barbarossa

UN PUNTO DI VISTA DI UNA FILOSOFA E PSICOANALISTA  CHE  APRE AD UNA DIMENSIONE ANTISPECISTA.     LEGGI   cliccando sul titolo 

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Uno scritto emblematico della psicoanalista e filosofa  Manuela Barbarossa che apre ad una dimensione antispecista  e ad una dimensione metafisica sullo sviluppo della soggettività e del pensiero ideale.

Sulla scorta di questo saggio , il giornalista Stefano Golfari, direttore del mensile  MILANO AMBIENTE  , pubblica sul primo numero della Rivista  in edicola e nelle principali librerie  da lunedi 17 febbraio 2020  UNA INTERVISTA CON L’AUTRICE  sulla questione ANTISPECISTA. 

 

PSICHIATRIA OGGI

PSICHIATRIA OGGI

 Si segnala l’uscita  online del numero della Rivista   Psichiatria Oggi – gennaio 2020

http://https://www.psichiatriaoggi.it/

Organo ufficiale della Società Italiana di Psichiatria Sezione Lombarda

Tra i numerosi interessanti contributi segnaliamo quello della Fondatrice di PRISMA  Manuela Barbarossa che  si sofferma  sul tema dell’epistemologia freudiana , proponendo una nuova lettura del famoso “Sogno di Irma” di S.Freud. Ma soprattutto in questo scritto l’autrice propone un innovativo  concetto interpretativo della psichicità  , quello del “Sono Io” che diventa una evoluzione del più consolidato concetto  dell’ “Io sono”.

L’epistemologia freudiana: dal Progetto a L’interpretazione dei sogni  – Sull’essenza della psicoanalisi

 

 

 

LA POLITICA DELLE ALLEANZE. UNA DIMENSIONE PSICHICA E SIMBOLICA

QUESTO SAGGIO DI MANUELA BARBAROSSA , SCRITTO E PUBBLICATO  NEL SETTEMBRE DEL 2017 , HA  SUSCITATO UN FORTE INTERESSE .

IN MOLTI HANNO DOMANDATO UNA RIEDIZIONE.

 

LA POLITICA DELLE ALLEANZE.
UNA DIMENSIONE PSICHICA E SIMBOLICA
di Manuela Barbarossa

Settembre 2017

E’ un’epoca storica nella quale la politica si avvale in
forma molto disinvolta del concetto di “alleanza”.
Lo utilizza spesso come se fosse un concetto
dinamicamente limpido, semplice e normale nella
sua applicazione e nel suo significato.
L’alleanza tra forze politiche differenti si rende
necessaria per vincere le elezioni e portare avanti
un programma di governo.
Si può pensare ad alleanze all’interno dello stesso
orientamento politico, ma anche ad alleanze tra
gruppi o partiti che rappresentano orientamenti
differenti. L’importante è allearsi a fin di bene. Per
governare e non andare verso una débâcle sociale e
una ingovernabilità dell’esistente. Spettro del caos.
Nulla di più logico e soprattutto di più fondamentale.
Ma da un punto di vista psicoanalitico, la logica, si
sa, lascia spazio all’inconscio, ad un’altra logica, non
meno fondante e illuminante. Sicuramente ad una
logica disvelante ciò che sta dietro la superficie.
Quando parliamo di alleanza in verità dobbiamo
fare molta attenzione, perchè ci inoltriamo in un
terreno non così chiaro e limpido.
Partiamo da un presupposto analitico. Tutte le
dinamiche relazionali e sociali che poniamo in
essere affondano le proprie radici molto lontano,
altrove, dove l’umanità ha iniziato ad organizzarsi
in gruppi, in bande, in piccole tribù, in clan.
Ogni forma di relazione ha la sua origine.
L’evoluzione psichica, pulsionale, simbolica, ma
anche sociale, ha prodotto inevitabilmente differenti
forme di convivenza sostenute da altrettanto
differenti dinamiche pulsionali e psichiche.
Bande, Tribù, Clan di fratelli, adoratori di totem,
orde primordiali, sono originariamente realtà
organizzative che si muovono, si alleano, si
combattono, e poi si riappacificano, si relazionano.
Tutti questi fenomeni comunitari con le loro
dinamiche pulsionali hanno dato vita nella storia, ad
uno sviluppo del nostro “stare insieme”, dalla sua
forma più semplice alla più complessa.
Dalla più arcaica alla più moderna.
Ma ogni “stare insieme”, ogni convivenza, ogni
forma di organizzazione e di creazione di
coesistenza ha le sue leggi psichiche profonde e le
sue radici primordiali.
Ad ogni forma di organizzazione collettiva, politica
e sociale corrispondono dinamiche pulsionali
specifiche. Costellazioni psicologiche differenti.
Fantasmi inconsci diversi. Regressioni e evoluzioni.
Parliamo dunque dell’alleanza, della quale mi si
domanda. Parliamo di questo patto divenuto una
sorta di caratteristica dell’essere della politica dei
nostri giorni. Il suo fondamento.
In essa, nell’alleanza, scorgiamo innanzi tutto il
prevalere di una funzionalità dello stare insieme
finalizzata ad uno scopo strumentale. Nel nostro
caso attuale la così detta “governabilità”.
All’aspetto “strumentale” fa eco una forma di
organizzazione psicologica molto primitiva,
sostenuta dalla volontà di dominio, di rivalsa, da una
volontà di potenza.
Pensiamo all’Antico Testamento. A quel patto tra
Dio e Mosè che garantiva al suo popolo la conquista
della Terra promessa e la vittoria sui nemici,
esigendo in cambio l’osservanza delle leggi scolpite
sulle Tavole della Legge.
Vediamo come in questo patto, da un punto di vista
simbolico, si intravvede in tutta la sua luce il valore
strumentale dell’alleanza finalizzata ad una
conquista e ad una forma di obbedienza garantita.
Le regole che governano l’alleanza non possono
essere democratiche e paritarie, ma prevedono, in
quanto strumentali e fondate sulla volontà di
conquista di potenza, di un raggiungimento di uno
scopo, una distribuzione di ruoli e del potere stesso.
Nell’alleanza non può vigere un vero spirito
democratico, poiché al contrario di ciò che potrebbe
sembrare, la convivenza di parti differenti o di
persone differenti, o di gruppi differenti, non solo
fanno leva sulla strumentalità del rapporto, ma
essendo l’alleanza per definizione contro altri e per
la conquista di qualche cosa, i ruoli debbono essere
ben definiti in base a tante considerazioni. Non in
ultimo alla forza che tu Stato, gruppo, individuo
porti all’interno del patto stesso. Forza militare,
forza numerica, forza strategica.
Le alleanze falliscono quando tale distribuzione di
ruoli o di potere non trova consensi tra le parti.
Non importa se ci uniscono ideali o ci dividono
visioni del mondo e della vita. L’alleanza è per sua
natura funzionale, pragmatica, utilitaristica e
trasforma lo stesso fine utilitaristico in ideale.
In questo caso gli ideali sono mezzi, non sono fini.
Cosa ne direbbe Kant?
L’allenza ha le sue regole sociali e psicologiche. E’
gerarchica.
Arcaicamente era la forma di rapporto tra bande o
gruppi o individui primordiali che si alleavano e
stringevano patti funzionali per spodestare un
potente e prenderne il posto; Per conquistare un
territorio; Per combattere dei nemici.
Non si può non cogliere in questa organizzazione
psichico-pulsionale arcaica una costitutiva
componente aggressivo-distruttiva rivolta contro
l’altro, stigmatizzato come “nemico”. Mi alleo con te
contro l’altro.
Siamo ai primordi dell’umanità, quando si inizia a
ribellarsi al capo tribù totalitario che governa tutti
come un padre-padrone. Ci si organizza e i fratelli si
alleano per spodestarlo.
Storicamente le alleanze hanno avuto la lor ragion
d’essere. Ma ciò che ci insegna la storia anche
psicologica è che l’alleanza, visti i suoi presupposti
psichici e sociali, vista la sua natura e compagine,
può funzionare in corrispondenza di una
emergenza, di un pericolo, di una presa di potere.
Superata questa condizione, si supera la condizione
dell’alleanza, risolvendola in una forma differente di
coesistenza. Alrimenti diventa una forma di potere
occulto dei gruppi alleati.
Se ciò non accade, se non si supera il governo
dell’alleanza, il vivere in una costante forma di
emergenza fa sorgere sentimenti nostalgici di
quando governava il padre padrone. Si stava meglio,
quando si stava peggio.
La banda che arcaicamente si forma attraverso il
patto di alleanza tra gruppi di fratelli nasce contro il
padre padrone che schiavizza la popolazione, non la
fa accedere al regno della libertà, la tiene soggiogata
con la promessa di sicurezza e di protezione. In
cambio vuole la più assoluta obbedienza, il
mantenimento del proprio potere.
La costellazione storica, la condizione di
emergenza, deve “giustificare” l’alleanza. E
l’alleanza è funzioanle a tale condizione.
In assenza di emergenza e di un nemico contro cui
rivolgere il nostro impulso aggressivo, in assenza di
una conflittualità per la conquista di potere o di
spazi vitali, l’alleanza viene meno e si deve evolvere
in una differente forma di coesistenza. Altrimenti
l’allenza tra gruppi o bande diventa una forma di
potere occulto e cosmetizzato dei gruppi e delle
bande alleate . Diviene un potere autoreferenziale.
L’alleanza, in assenza di conflitto e di emergenza
non è più adeguata a tenere insieme gli individui. Vi
è la necessità e la possibilità di un periodo di pace e
dunque di una differente forma di convivenza.
Emerge dopo la funzionalità dell’alleanza per
risolvere il conflitto, la necessità di ideali per
coesistere.
Vediamo infatti sorgere nell’infanzia dell’umanità,
superata l’emergenza di liberarsi del padre padrone,
una prima forma di coesione ideale, non contro
l’altro ma insieme all’altro. Non più alleanza contro
il padre padrone, il capo tribù, ma coesistenza
pacifica rappresentata dall’adorazione di un Dio, il
Totem, che prende il posto simbolico del padre.
Siamo tutti uguali di fronte ad esso.
Qui affonda le sue radici la prima forma di relazione
democratica, e una prima abbozzata forma di ideale.
Qui cogliamo l’essenza ideale che ha rappresentato
una prima forma di religiosità arcaica. E infatti,
tornando al rapporto tra Dio e Mosè, tra l’alleanza di
Dio con l’uomo, essa è un prototipo simbolico di
alleanza, là dove, di fronte a Dio l’uomo è sempre in
condizioni di emergenza per la sua fragilità fisica e
morale. Ed è sempre in condizioni di obbedienza.
Ancorchè l’avvento della religione cristiana abbia
voluto mettere l’accento più sull’aspetto relazionale
del rapporto di Dio con l’uomo che su quello
dell’alleanza simbolica.
Mentre la funzionalità garantisce l’alleanza, l’Ideale
garantisce la relazione. L’alleanza poggia le sue
radici sull’emergenza, la relazione sulla
pacificazione.
L’attuale politica italiana determinata
massicciamente da alleanze tra gruppi differenti che
si sciolgono, che si ricompattano, che si
ricompongono a destra e a sinistra, e poi al centro, e
si risciolgono, sono l’espressione di uno stare
insieme funzionale, finalizzato a battere il nemico,a
vincere le elezioni e a garantire una governabilità.
L’altrenativa, come ho già detto, sarebbe una débâcle
sociale ed econimica.
Ma per mantenere questa atavica condizione di
esistenza, rappresentata dell’alleanza che sia tra
partiti o tra stati che si alternano nel gioco di
potere, si deve altresì mantenere una condizione
costante di emergenza, di paura, di angoscia in
modo tale da legittimarne l’esistenza e l’attuazione.
E proprio questa condizione di perenne emergenza
immaginaria e nel contempo reale, di perenne
conflittualità, di costante pericolo sociale deve essere
sempre rinnovata, deve mantenersi pervasiva, deve
essere sempre posta in primo piano, creata e
ricreata, in modo tale da indurre a percepire tale
condizione di alleanza tra partiti, quelli che ci
rappresentano, quale unica via di uscita per
garantire una continuità dell’esistente, una
governabiltà.
Da un punto di vista psichico l’individuo, all’interno
di tale contesto, è tenuto in una condizione di
minorità pulsionale e psicologica, là dove il
sentimento dominante dell’insicurezza e della
rabbia, del timore e del bisogno di garanzie
esistenziali, lo conducono a forme regressive di
totalitarismo.
Non è infatti casuale che, questa condizione italiana
della politica, dove l’alleanza tra partiti gioca orami
un ruolo di omeostasi sociale, di atemporalità, di
perennità e dove il percepito è che sono sempre gli
stessi a giocarsi il potere, ora alleandosi con uno ora
con l’altro senza tuttavia non riuscire più a
rappresentare il paese reale e senza riuscire a
garantire nel contempo uno status sociale
accettabile, si sta scivolando verso una condizione
regressiva di desiderio di ritorno al padre padrone
che antecedentemente garantiva sicurezza e pace.
Da qui l’emergere del desiderio inconscio di forme
totalitaristiche e l’illusione di un leader forte, di un
moderno padre padrone capace di farci uscire
dall’emergenza.
Milan

Foto: Manuela Barbarossa al Convegno su Adorno all’ Università degli Studi di Milano

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Masse Gruppi e psicologia fondamentalista

in “Identità religiosa, pluralismo, fondamentalismo”

Centro Scientifico Editore, Torino 2004

di Manuela Barbarossa 

Un saggio originale e illuminante  che ripercorre uno degli scritti più emblematici della produzione freudiana Totem e tabù , che diventa nella riflessione dell’autrice  la chiave di lettura di  profonde dinamiche sociali e relazionali  che si ripetono  nel corso della storia dell’umanità. ( clicca sul titolo per accedere alla lettura ).

Manuela Barbarossa al Convegno i

Manuela Barbarossa

CULTURA E DISINCANTO di Luciano Frasconi

UNVERSITA’ DEGLI STUDI DI MILANO

IN MEMORIA DI LUCIANO FRASCONI

TAVOLA ROTONDA SULLA FUNZIONE DELLA CULTURA

Martedi 24 marzo 2015

Aula Crociera Alta, Cortile Ghiacciaia, ore 16.00.

Via Festa del Perdono, 7, Milano

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La nuova industria culturale

LA CONFERENZA  TENUTASI 

GIOVEDI 1 MARZO 2018  ORE 17.00 ALL’ UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI MILANO  

La nuova industria culturale tra ambiguità della comunicazione 

 e l’illusione della conoscenza

  Il tema dell’industria culturale merita un’attenzione particolare in un’epoca che vede l’invasione del sociale , dell’immagine irriflessa dell’altro e l’elevazione dello stereotipo a norma comportamentale .

Tutto ciò in una cornice patologizzante che osserva passiva l’emergere di un eccesso di risposte, in assenza totale di domande.

Disvelare l’ intreccio complesso e reificante tra modernità, ideologia, feticismo, comunicazione, illusione, psichicità, spettacolarizzazione e sviluppo della soggettività, può offrirci una chiave di lettura illuminante della nostra epoca, del disordine non solo esistenziale ma anche politico e culturale che stiamo attraversando.

Gli interventi e i relativi spunti di riflessione emersi nella Conferenza tenutasi Giovedi 1 marzo 2018 all’Università degli Studi di Milano dal titolo “La nuova industria culturale tra ambiguità della comunicazione e l’ illusione della conoscenza” hanno incontrato un grande interesse , tale che l’Accademia PRISMA intende riproporre il tema all’interno di un Convegno che si terrà a breve a Milano.

Milano, 6 marzo 2018

Manuela Barbarossa

Intervento di Manuela Barbarossa Psicoanalista -Fondatrice dell'Accademia PRISMA

Intervento di Manuela Barbarossa Psicoanalista -Fondatrice dell’Accademia PRISMA

Un momento della Conferenza in Aula Crociera Alta Università degli Studi di Milano

Un momento della Conferenza in Aula Crociera Alta Università degli Studi di Milano

PRESENTATO A MILANO NEL SEMINARIO “LUCI E OMBRE CULTURALI”

LA POLITICA DELLE ALLEANZE    di Manuela Barbarossa

L’approfondimento degli scritti “sociali” della produzione freudiana è uno degli interessi che hanno caratterizzato gli studi di Manuela Barbarossa, la cui formazione filosofico-teoretica le ha permesso di rielaborarali alla luce di nuove categorie interpretative. Ricordiamo  le sue due più importanti pubblicazioni a riguardo, “Coscienza morale e dominio della natura ” e lo scritto antecedente “Masse Gruppi e psicologia fondamentalista” . Avendo avuto un notevole successo, quest’ultimo è stato varie volte citato e ripreso dalla stessa autrice, non in ultimo nella recente intervista fatta dal giornalista Stefano Golfari,  Il “Caso” Renzi. Un Premier sul lettino

A settembre di quest’anno a Pescara , Manuela Barbarossa , ha tenuto un Seminario dove ha illustrato  il  suo saggio  Masse Gruppi e psicologia fondamentalsita  , rielaborazione della scritto freudiano Totem e tabu’. In questa occasione le  è stato domandato   , alla luce delle tesi freudiane e della sua reinterpretazione , cose ne pensasse del concetto di alleanza così diffuso nella nostra politica italiana. La risposta, è stata in seguito   riformulata dall’autrice stessa in questo suo  nuovo scritto illuminante , e come sempre , molto originale. 

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Nella foto Mauela Barbarossa a Pescara , al  Seminario nel mese di settembre di quest’anno   dove è stata esposta  la sua interpretazione del concetto di alleanza , poi sintetizzata nello scritto  sulla politica delle alleanze.

“Parlarne sempre non pensarci mai ” di Manuela Barbarossa

“Parlarne sempre non pensarci mai. Adorno interoprete di Freud

Parlarne sempre non pensarci mai di Manuela Barbarossa

 

Un illuminante  saggio sulla Psicoanalisi di Manuela Barbarossa ,  pubblicato nel Volume “ETICA DELLA FILOSOFIA”, Per una funzione etica della cultura Ed Mimesis, Itinerari Filosofici, Milano 2007 .

Il volume ETICA DELLA FILOSOFIA racchiude gli interventi del Convegno tenutosi all’Università degli Studi in occasione del Centenario della nascita di Adorno.

Foto del Convegno  in Aula Crociera Alta –  Dipartimento di Filosofia –  Università Statale di Milano

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Come scrive nell’introduzione Luciano Frasconi, ideatore e promotore  del Convegno , il centenario  della nascita di Adorno consente una  importante ” riflessione sul pensiero di questo autore, che non ricalchi gli schemi interpretativi della sua opera finora prevalenti. L’obiettivo di fornire una lettura non del tutto usuale ha animato fin da principio i partecipanti al progetto di raccogliere in un volume una serie di interventi, volti a individuare nella filosofia di Adorno alcuni centri di gravità tematico-problematici. Il conseguimento dell’obiettivo in questione appare favorito non da ultimo dalle caratteristiche per così dire hegeliane dei diversi collaboratori, e cioè dalla loro identità nella differenza. Ciò che accomuna gli autori è infatti non solo l’essersi laureati in filosofia all’Università degli Studi di Milano, spesso o per lo più proprio con una tesi su Adorno, ma anche l’aver coltivato nel tempo l’interesse per questo pensatore – un interesse concretatosi in più di una pubblicazione –, pur spostando la loro attenzione o le loro attività culturali in altri ambiti”

Luciano Frasconi 2003

Il volume  contiene Scritti di Theodor W. Adorno, Manuela Barbarossa, Maria Cristina Bartolomei, Elio Franzini, Luciano Frasconi, Giuseppe Laras, Markus Ophälders, Ezio Partesana, Carlo Pettazzi, Michele Salonia, Salvatore Stornaiuolo.

 

Uno sguardo psicoanalitico sulla dislessia di Manuela Barbarossa

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Seminario di studio   Milano Via Numa Pompilio 7.

(nella foto Manuela Barbarossa )

La dislessia come espressione di un tentativo di  dire e pensare  tutto contemporaneamente .

La dislessia quale  espressione di una esasperata fretta  ideativa ed emotiva  , dove la parola,   il singolare, prende il posto dell’universale.

Milano, 18 aprile 2017

Un contributo di Giuseppe Castelllini sulla questione dei figli nelle nuove unioni civili

IL PROBLEMA DEI FIGLI NELLE NUOVE UNIONI CIVILI DI Giuseppe Castellini