Capitolo 1 – Parola d’ordine: liquidare l’individuo
Quest’epoca dell’individuo, della soggettività, non ne vuole sapere proprio nulla, ne vorrebbe decretare il declino dileguando sia l’individuo che la soggettività nel nulla del niente della collettività, della comunità, nel numero, nell’anonimato del così fan tutti.
L’individuo rinvia all’unicità dell’essere e ha sempre portato con sé la potenza della singolarità. Una potenza rivoluzionaria.
La parola chiave infatti è “singolarità” in tutta la sua forza di individuazione del Sé, che si sviluppa a partire dalla coscienza, quale origine dell’individuazione soggettiva che rende l’uomo libero di scegliere, di pensare, di sviluppare la propria capacità critica.
Si parte dalla coscienza, per arrivare a forme inconsce di disvelamento della realtà, intuitive oltre che riflessive, che sono al di là della coscienza stessa.
Ma per andare altrove, per andare oltre, nell’aldilà dell’aldiquà. Per sviluppare la conoscenza, fonte alla quale la libertà si abbevera, si deve partire dallo sviluppo del Sè.
Kierkegaard lega indissolubilmente la soggettività alla libertà di scegliere, la quale apre alla possibilità di una esistenza dove puoi decidere tra il bene e il male. Da che parte stare.
La scelta è una dimensione psichica forte, importante, che si fonda sulla soggettività, sulla dimensione dell’essere.
Da un punto di vista psichico l’individuo rappresenta la distinzione dall’altro, ciò che è in sé.
E questa identità gli consente di essere.
È interessante andare a scoprire che anche in biologia il concetto di individuo significa “un singolo ente … distinto da altri della stessa specie, dotato di caratteri …che ne garantiscono l’unicità”.
E in chimica, ancora, gli individui chimici si contrappongono ai miscugli…..unicità contro miscuglio, distinzione.
La lettura simbolica di queste illuminanti definizioni ci conferma quanto l’identità soggettiva, l’individuo, nella sua specificità, sia eterodosso rispetto alla massa, al gruppo, alla comunità…. eterodosso rispetto a tutto ciò che vorrebbe avere un primato sulla soggettività, la quale definisce l’unicità.
L’essenza dell’essere che si può sintetizzare nel Sono Io della singolarità, si contrappone all’anonimato dell’organizzazione di un divenire sociale massificante e impersonale.
Nella società moderna, quella di massa, una volta bandita ogni forma di singolarità dell’essere, l’individuo, per esistere, deve conformarsi a tutti gli altri, deve omologarsi per sentirsi parte di un tutto.
L’omologazione, la perdita di autonomia individuale, del valore della soggettività propria, il crescente conformismo, sono tutti aspetti sollecitati e subdolamente imposti dalla società di massa, aspetti che divengono una sorta di seconda natura. Altrimenti sei posto ai margini o avversato.
Capitolo 2 – L’equivoco.
Vi è in questo processo posto in essere dalla società di massa un pericoloso equivoco.
Tutto ciò che è gruppo, categoria, comunità, lo è solo funzionalmente.
La formazione di una comunità, o di un gruppo, è sempre connessa ad aspetti particolari dell’essere, ad alcune precipue sue connotazioni.
I gruppi, la comunità, sono forme di alleanza che sono una risposta funzionale a dei bisogni.
La stessa società è una formazione funzionale alla sopravvivenza.
È un’alleanza tra individui.
Una particolare organizzazione sociale.
Ma la soggettività trascende ogni forma organizzativa. La produce e la trascende.
Le forme organizzative che l’umanità si è data, sono un derivato e variano, mentre l’essenza del soggetto, la sua dignità e identità, restano.
Per dirla con Hegel: l’individuazione di sé stessi rappresenta il mantenere la propria identità nel divenire.
Il concetto di identità è dunque un concetto fortemente individuale, e come ci insegna S. Freud, l’identità è innnazi tutto un Io corpo, ovvero la nostra corporeità singola e inviolabile.
Una unità tra mente e corpo.
Il rispetto per l’individuo e la sua unicità è infatti un universale che va al di là del particolare.
Va oltre il fatto che tale individuo abbia caratteristiche determinate per colore della pelle o per credo religioso, o per età. O altro.
Che sia rappresentante di una precisa etnia.
O di un gruppo specifico.
Qualsiasi determinazione dell’essere non può offuscare o limitare l’unicità e la dignità dell’individuo. Di ciscun individuo. Non può negare la sua totalità, la sua soggettività dotata di forme sensibili ed emotive che gli appartengono.
Qualsiasi forma di organizzazione umana deve dunque presupporre sempre il mantenimento della soggettività , del singolo, della sua determinazione e della singolarità dell’essere.
Ma la soggettività, se espropriata a favore di qualcosa di altro da sè che si impone, da qualcosa che si sostituisce ad essa, come è avvenuto con la società di massa, si aliena e il soggetto perde la propria identità.
Perde sé stesso.
Se il valore dell’individuo si depaupera a favore di altro da sè, ad esempio a favore di un collettivo/massa indistinto, al soggetto così depauperato della propria identità soggettiva, non rimane che il ruolo di satellite di un pianeta: la società di massa.
Questo cambiamento di prospettiva, sia personale che sociale, sovverte tutti i principi dell’essere e dell’unicità dell’essere e innesta un processo di spersonalizzazione a favore della società/comunità sociale che si impone, con un coup de teatre, essa stessa come soggetto al posto dell’individuo, ne prende il posto e detta nuovi principi e nuove regole, che vanificano il primato dell’ individuo e i valori che lo sostengono.
L’individuo è così ridotto al ruolo di predicato di un nuovo soggetto: la società di massa, la comunità sociale.
Capitolo 3 – Risposte a domande mai poste
La domanda se l’uomo sia un animale sociale è una domanda ideologica, fuorviante. Poco interessante.
Spesso le questioni nascono da quesiti che sono mal posti e che indirizzano il pensiero là dove lo si vuole far andare.
Nella società di massa, quella che oggi viviamo, la società vince sull’individuo che viene ridotto a predicato, a derivato, a satellite.
E per sostenere questa débâcle della soggettività, è necessario un fine lavoro di cesello psichico.
La società di massa, per imporsi e mantenere il suo primato sull’individuo, per sostituirsi ad esso, utilizza un esprit de finesse: fornisce risposte a domande mai poste.
Le risposte inducono la domanda che viene sollecitata dalle risposte che sono a loro volta già pronte per l’uso.
Ma la domanda quando è suggerita e indotta, non autenticamente e veramente formulata, non serve a nulla poiché non nasce dal pensiero e dall’interrogazione del soggetto, non rappresenta il desiderio di sapere. La libertà del volere. Non diventa ricerca che poi è il vero valore della domanda. Ricerca.
La domanda indotta dalla risposta pronta che la precede, è solo un derivato funzionale alla risposta confezionata. La società di massa, essendosi imposta come soggetto, esige solo predicati, derivati , e fonda il suo esistere sull’assunto che l’uomo è un animale sociale.
Ecco la risposta ad una domanda mai fatta.
Ma è poi così rilevante e … rivelante sapere se l’uomo sia o non sia un animale sociale?
Non esiste una ontologia della natura sociale dell’uomo, un istinto primario che spinge alla comunità che non sia quello di sopravvivenza, che rappresenta un impulso all’autoconservazione.
Ma questo impulso non ci indica che l’uomo sia un animale sociale, ovvero dedito al collettivismo …per natura.
Ma solo che tende a collettivizzarsi per vivere. Ed è qui la furbizia della ragione.
Se l’individuo costruisce una “società”, lo fa per necessità, per una forma di alleanza funzionale e dunque la società, in qualità di prodotto dell’essere, è secondaria rispetto all’essere stesso, alla soggettività, all’individuazione e deve porsi al suo servizio.
La noiosa e annosa definizione dell’uomo animale sociale non è per nulla interessante o utile a legittimare la priorità del collettivo.
Ha senso affermare tale assunto solo ed esclusivamente se si vuole dare al collettivo, alla comunità, alla società, un fondamento “naturalistico” “metafisico”, ontologico, tale da giustificare il cambio di prospettiva.
Dare al collettivismo una validazione “originaria”. In questa ottica è la società, la collettività , la comunità il vero soggetto del discorso, e l’individuo è secondario, funzionale alla società. Un suo predicato.
Un fondamento pseudo “naturalistico” quello dell’uomo animale sociale, ideologico, che vorrebbe legittimare la società di massa, la comunità, la dittatura dell’ Altro, ad assumere un valore di posizione che non ha.
La questione vera e sostanziale, che al contrario mantiene la primarità del soggetto, dell’individuo, della sua identità e unicità, è un’altra: quella della relazione.
La relazione intesa come rapporto individuato e significante con ciò che è fuori di sè. Con l’alterità.
È esperienza universale che la vita mette gli esseri in relazione. Ad altri esseri, alla natura, all’universo. La relazione apre all’altro . Apre allo spirito.
La relazione è il vero fondamento dell’essere, in quanto nella relazione il soggetto trova se stesso, lo spazio per esser ciò che è e lascia all’altro lo stesso spazio di esistenza.
La relazione è la struttura dialettica attraveso la quale l’identità di ciascuno resta tutelata nel rispetto dell’autenticità dell’essere e dell’altro.